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Formazione, AI e futuro del lavoro: una conversazione con tre voci d’eccezione di IBM Italia

9 aprile 2026 - Alberto Giacobone






Il mondo del lavoro sta cambiando a una velocità senza precedenti, spinto da un’evoluzione tecnologica che non concede pause: in questo scenario concetti come lifelong learning, reskilling e upskilling diventano pilastri fondamentali per ogni percorso professionale e ogni impresa.

Nel contesto dell’Executive MBA viviamo da vicino queste sfide, anche grazie al confronto con numerose persone e realtà che affrontano queste sfide in contesti di particolare rilievo.

Tra queste realtà abbiamo il piacere e l’onore di poterci confrontare con l’azienda IBM, storico partner del nostro Executive Master, e le sue persone.

IBM è sinonimo di innovazione: per quasi 30 anni è stata l’azienda che ogni anno ha registrato il maggior numero di brevetti, una storica serie interrotta nel 2022 per un cambio di strategia. In Italia, così come negli altri Paesi in cui opera, vive con determinazione un forte ruolo sociale e ha fatto della formazione una vera missione istituzionale.

Proprio in virtù di questo rapporto, abbiamo avuto il piacere di coinvolgere tre voci d’eccezione di IBM Italia, che ringraziamo molto per la disponibilità, per comprendere meglio i cambiamenti in corso, esplorando come l’intelligenza artificiale stia riscrivendo il mix di competenze necessarie, l’impegno dell’azienda verso il sistema Paese e l’esperienza diretta di chi ha vissuto il percorso EMBA Ticinensis.

Hanno partecipato alla conversazione (in ordine alfabetico per cognome):

  1. Marina Bastianelli, Academy Manager di IBM Italia
  2. Bianca Maria Romano, Ecosystem Technical Manager di IBM Italia e Alumna di EMBA Ticinensis
  3. Alessandra Santacroce, Direttrice delle Relazioni Istituzionali di IBM Italia

L’intervista

 

Attorno a noi sta cambiando tanto e sempre più in fretta, ponendoci sfide di crescente complessità: in base agli studi sviluppati da IBM, come si evolve il mix di competenze utili per affrontarle al meglio?

[Marina Bastianelli] È un dato di fatto: l’innovazione corre più veloce della nostra capacità di adattamento tradizionale. Secondo l’ultimo report dell’IBM Institute for Business Value*, entro il 2030 le imprese saranno “AI first” per necessità competitiva: questo non significa che le macchine prenderanno il sopravvento, ma che il mix di competenze richiesto si sposterà drasticamente.

Stimiamo che circa l’83% delle mansioni subirà l’impatto dell’intelligenza artificiale, ma la notizia positiva è che per il 60% di queste si tratterà di un potenziamento (augmented work), non di una sostituzione. Cosa significa nel concreto? Che le competenze umane “core” come il giudizio critico, l’etica, la creatività e la capacità di interpretare dati complessi diventeranno i veri differenziatori.

Per un manager o un professionista la sfida diventa saper governare il processo: dobbiamo passare da una formazione statica a un modello di apprendimento continuo. In questo scenario, oltre alle indispensabili competenze tecnico-specialistiche, diventa fondamentale quella che chiamiamo “curiosità strutturata”, ovvero la capacità di muoversi in un ecosistema in continua evoluzione, dove il valore aggiunto dell’essere umano è la capacità di dare un senso e una direzione strategica all’output tecnologico.

*The enterprise in 2030: www.ibm.com/thought-leadership/institute-business-value/en-us/report/enterprise-2030

L’attenzione di IBM alla formazione a 360°, dai dipendenti al mercato, è uno dei suoi pilastri: tra punti fermi e novità, che quadro possiamo delineare?

[Marina Bastianelli] In IBM consideriamo la formazione come un pilastro strategico che abbraccia l’intero ecosistema: dai nostri dipendenti ai partner, fino agli studenti e a chiunque voglia riqualificarsi.

Il quadro che oggi delineiamo è fondato sulla democratizzazione dell’apprendimento: il punto fermo è la nostra piattaforma IBM SkillsBuild, che rappresenta l’evoluzione del nostro impegno sociale e va molto oltre la mera offerta di corsi tecnici: si tratta di un ecosistema gratuito che propone percorsi su AI, Cloud, Cybersecurity, ma anche sulle cosiddette power skills come il pensiero critico e la collaborazione.

La novità principale riguarda la velocità e la personalizzazione: grazie all’intelligenza artificiale generativa stiamo trasformando il modo in cui le persone apprendono offrendo esperienze adattive invece di percorsi rigidi. Il nostro obiettivo è ambizioso: formare 30 milioni di persone entro il 2030. Per farlo, abbiamo stretto oltre 170 nuove partnership a livello globale, perché siamo consapevoli che il “mismatch” di competenze si risolve solo se l’azienda entra nelle scuole e nelle università, portando casi d’uso reali e tecnologie di frontiera.

IBM da sempre ha avuto un ruolo propulsivo per la crescita dei Paesi in cui è presente e anche in Italia il suo impegno è significativo e su molteplici fronti, dall’intelligenza artificiale alla cybersicurezza. Tra le tante, quali sono delle iniziative di particolare rilievo?

[Alessandra Santacroce] Il nostro impegno in Italia punta a creare una maggiore consapevolezza e le necessarie competenze in ambito digitale per costruire un Paese competitivo e resiliente, Da sempre come IBM crediamo che l’innovazione debba essere accompagnata da una forte responsabilità sociale e istituzionale.

Tra le iniziative di maggior rilievo vorrei citare la IBM Cyber Academy di Roma, un progetto di cui siamo molto orgogliosi: un vero e proprio ecosistema a disposizione di istituzioni, aziende, unversità, scuole e partner possano partecipare a sessioni di formazione che prevedono percorsi esperenziali, come la simulazione di attacchi informatici approfondimenti sulle tecnologie emegenti emomenti di co-creazione. In un mondo sempre più interconnesso, la cybersicurezza è la precondizione per qualsiasi sviluppo digitale.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, lavoriamo in costante sinergia con le Istituzioni per promuovere un’AI etica e affidabile: aiutiamo le organizzazioni a comprendere come adottare ed implementare l’AI rispettando la privacy, l’equità e la trasparenza.

Infine, non posso non menzionare il nostro supporto alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e delle piccole e medie imprese, che sono il cuore pulsante del nostro sistema economico: fare sistema per noi significa proprio questo, mettere le nostre competenze a disposizione delle specificità locali per accelerare la transizione digitale dell’intero sistema Paese.

Se si prende in esame il rapporto Digital Decade Report 2025 (ex DESI), l’Italia fa notevoli progressi rispetto al passato sul fronte delle infrastrutture e dei servizi pubblici digitali, ma resta evidente un ritardo da colmare sul fronte delle competenze digitali. Che cosa dobbiamo aspettarci da qui al 2030?

[Alessandra Santacroce] Il Digital Decade Report* ci offre una fotografia a due velocità: se da un lato l’Italia corre sulle infrastrutture, come la connettività ultra-veloce e la digitalizzazione dei servizi pubblici, dall’altro segna il passo sul ‘capitale umano’. Il fatto che solo il 45% della popolazione possieda competenze digitali di base è un segnale d’allarme che non possiamo ignorare.

La sfida è trasformare questo gap in un’opportunità di inclusione: entro il 2030 l’Europa punta ad avere l’80% della popolazione con competenze digitali di base e 20 milioni di specialisti ICT. Per l’Italia, questo significa che dobbiamo accelerare non solo nella formazione tecnica, ma nella creazione di una vera e propria cultura digitale diffusa.

L’intelligenza artificiale non farà che aumentare questa urgenza: non ci si aspetta che tutti diventino programmatori, ma che tutti siano in grado di interagire con la tecnologia in modo critico e sicuro. Da qui al 2030, sarà sempre più importante favroire una convergenza sempre più forte tra pubblico e privato: aziende come IBM continueranno a investire in Academy e programmi di formazione come la nostra piattafroma gratuita SkillsBuild, ma serve che questo sforzo diventi sistemico. La produttività del Paese e la nostra capacità di trarre il meglio dalle nuove tecnologie dipenderanno direttamente da quanto saremo bravi a riportare le competenze al centro dell’agenda politica ed economica.

*State of the Digital Decade 2025 report
https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/state-digital-decade-2025-report

Il solidissimo rapporto di IBM con il mondo universitario ha radici che si avvicinano ai 100 anni, a partire dai primissimi impegni con la Columbia University nel 1929. In che modalità si concretizza oggi in Italia questo rapporto?

[Marina Bastianelli] È vero, il nostro DNA è profondamente legato alla ricerca e all’università sin dalle origini. Oggi, in Italia, questo rapporto è un vero motore di innovazione aperta che si concretizza in tre modalità principali.

In primo luogo, lavoriamo sulla co-progettazione didattica: entriamo nelle aule per “contaminare” i percorsi di studio con contenuti d’avanguardia. Portiamo i nostri esperti a parlare di Data Science, Quantum Computing o AI Etica, fornendo agli studenti l’accesso a tecnologie reali attraverso l’IBM Academic Initiative, che mette a disposizione software e risorse cloud gratuitamente per fini educativi.

In secondo luogo, puntiamo sull’esperienzialità: organizziamo hackathon, challenge e workshop pratici dove gli studenti possono misurarsi con problemi di business reali. Recentemente, ad esempio, abbiamo collaborato con diversi atenei italiani per stimolare il pensiero divergente e l’approccio Agile, aiutando i ragazzi a capire che la tecnologia è efficace solo se supportata da una corretta metodologia di lavoro.

Infine, c’è il tema dell’orientamento e del placement: il nostro obiettivo è ridurre il “mismatch” tra ciò che si impara e ciò che il mercato richiede. Collaboriamo strettamente con i Career Service per creare percorsi che facilitino l’ingresso nel mondo del lavoro, non solo in IBM, ma in tutto il nostro ecosistema di partner e clienti. Per noi, l’università è il luogo dove si coltiva la curiosità, e il nostro ruolo è fornire gli strumenti perché quella curiosità si trasformi in professionalità.

Bianca, a distanza di qualche anno dalla tua esperienza nel contesto di EMBA Ticinensis, quali sono le competenze e nozioni acquisite che hanno avuto un impatto più significativo sul tuo approccio al lavoro e sul tuo percorso professionale?

[Bianca Maria Romano] A distanza di qualche anno posso dire che l’impatto di EMBA Ticinensis è stato profondo e, per certi versi, trasformativo. Quando ho iniziato il master, gestivo un team multidisciplinare; oggi, nel mio ruolo di Ecosystem Technical Manager, mi rendo conto di quanto quella “cassetta degli attrezzi” sia diventata quotidiana.

L’impatto più significativo riguarda la capacità di visione d’insieme: spesso chi ha un background tecnico tende a focalizzarsi sul “come” risolvere un problema; EMBA Ticinensis mi ha insegnato a guardare il “perché” strategico. Nozioni di economia, gestione finanziaria e bilancio, che inizialmente potevano sembrare distanti dal mio lavoro quotidiano, si sono rivelate fondamentali per saper parlare la lingua dei partner e dei clienti, contestualizzando le dinamiche di business e il valore reale delle soluzioni tecnologiche che proponiamo.

Un altro pilastro è stato l’Agile Management: in un contesto come quello attuale, dove l’incertezza è la norma, saper applicare metodologie flessibili e orientate al risultato è un vantaggio competitivo enorme. Ma oltre alle competenze più tecnico-specialistiche, porto con me il valore dell’ecosistema: il confronto costante con professionisti provenienti da settori diversi dal mio mi ha aperto la mente, insegnandomi che le soluzioni migliori nascono spesso dalla contaminazione di idee.

EMBA Ticinensis mi ha dato la sicurezza di saper “mettere le mani in pasta” anche in ambiti non strettamente tecnici, permettendomi di evolvere professionalmente e di affrontare le sfide dell’innovazione con un approccio molto più strategico e consapevole.

Un’ultima domanda: c’è un elemento ulteriore che ritenete fondamentale aggiungere in merito al crescente bisogno di formazione che stiamo riscontrando?

[Marina Bastianelli] Sono convinta che la chiave risieda nella capacità di operare all’interno di un ecosistema integrato. La velocità impressa dalla tecnologia è tale che nessuna realtà (sia essa un’azienda, un’istituzione pubblica o il mondo accademico) può sperare di trovare risposte efficaci agendo in isolamento.

Per generare progetti che abbiano un impatto reale e che rispondano tempestivamente alle esigenze emergenti è necessario saper coordinare attività trasversali e collaborare con realtà eterogenee. Questo richiede un’attitudine specifica: la capacità di stringere partnership dinamiche, adattandole di volta in volta al contesto di riferimento. Non è un processo semplice da attuare, ma è l’unico modo per essere realmente competitivi e adeguati ai ritmi del cambiamento.

[Alessandra Santacroce] Credo sia necessario rendere più strutturata l’interazione tra mondo pubblico e privato. Oggi ci troviamo spesso di fronte a policy che nascono già superate: quando una regola viene finalizzata, la tecnologia è già evoluta in qualcos’altro. Dobbiamo trovare il modo per essere più “contemporanei” e dotarci di processi più dinamici e “automatici” per allineare le norme alla realtà tecnologica, e questo richiede uno sforzo congiunto.

C’è poi un aspetto che riguarda ognuno di noi: la velocità e la mole di informazioni del nostro tempo impongono un approccio di lifelong learning totale. Dobbiamo letteralmente “imparare a imparare” e, soprattutto, essere pronti a ricominciare da capo ogni volta che il contesto cambia.

Questa è una precisa responsabilità individuale: come professionisti, come studenti e come cittadini, la formazione deve essere un nostro investimento personale, non qualcosa che aspettiamo passivamente. E per farlo serve un ingrediente che spesso dimentichiamo: la curiosità. Dobbiamo tornare a essere tutti molto più curiosi, perché è la curiosità l’unica vera bussola capace di spingerci fuori dalla nostra comfort zone e farci sentire contemporanei rispetto al cambiamento.

[Bianca Maria Romano] Accanto al concetto di apprendimento, io vorrei sottolineare con forza quello dell’agire. Viviamo in un dominio caratterizzato da una profonda incertezza tecnologica, tra annunci continui e un’elevata entropia che può disorientare chi non possiede competenze iperspecialistiche. In questo contesto l’azione diventa fondamentale: anche una direzione che non è ideale nell’immediato può rappresentare un passo necessario verso l’obiettivo.

Dobbiamo guardare all’azione, o persino a un eventuale fallimento, come a un test essenziale per comprendere come declinare concretamente tecnologie complesse come l’AI generativa o gli agenti autonomi. Affinché questo avvenga è però cruciale il ruolo dell’ecosistema: università, aziende come IBM e partner strategici devono collaborare per rendere questa voglia di agire “sicura” e controllata. Solo all’interno di un perimetro di competenze condivise possiamo permetterci di sperimentare e avanzare in un mercato dove i ruoli di domani, di fatto, ancora non esistono: l’ecosistema non è solo una rete di contatti, ma la condizione necessaria per trasformare l’incertezza in evoluzione.”

Verso nuovi traguardi

L’intervista con Marina Bastianelli, Bianca Maria Romano e Alessandra Santacroce ci restituisce un’immagine chiara, ovvero che la tecnologia, per quanto potente, rimane uno strumento nelle mani di chi sa interpretarla: la vera differenza la fa la forma mentis.

In EMBA Ticinensis crediamo che il valore di un Executive Master sempre più risieda nella capacità di creare connessioni solide e fruttifere tra molteplici mondi quali ricerca, accademia, industria e istituzioni. La relazione con IBM ne è un esempio: un ponte tra competenze tecniche e visione strategica, dove l’apprendimento non finisce con la consegna di un diploma, ma continua come un processo fluido, in continuo divenire e sempre arricchente.

Siamo pronti ad affrontare le sfide dell’AI e del mismatch di competenze con la consapevolezza di chi sa che, investendo nelle persone, si costruisce un futuro migliore.